Secondo la formula di Ippocrate iatros philosophos isotheos, il medico che diventa filosofo è come un Dio. Ora questa affermazione di uno dei padri della medicina occidentale, può risultare senza dubbio impropria e fuori luogo, o quanto meno eco di un’epoca primitiva, nella quale aveva ancora senso abbinare filosofia e medicina in modo così stretto. Impropria per il profilo scientifico che il medico e la medicina hanno assunto nel corso dell’ultimo secolo, e che spesso ha condotto a dimenticare lo scopo originario della professione medica, ossia rispondere alla richiesta di aiuto di un uomo che soffre e che si trova in uno stato di indigenza (Viktor von Weizsäcker). Ora che si debba essere un po’ filosofi per affrontare le tempeste della vita è un assunto, e che lo debbano dunque essere a maggior ragione i medici – costretti a vivere a stretto contatto con il dolore, la morte e la malattia – è indiscutibile. Ma non è questo il senso per cui vale la pena recuperare Ippocrate.

La medicina contemporanea, soprattutto lì dove ha proceduto in maniera più convinta e rapida sulla via della scientificizzazione, come in America, ha infatti da tempo preso atto di come sia necessario un qualche recupero della filosofia, se si vuole salvare la scientificità della medicina. Non è un caso che lì, molto prima e molto più che nel vecchio continente, si sia diffusa la pratica delle medical humanities, di una medicina umana, che sfugga alla tentazione scientista di trattare il proprio oggetto «solo» come un corpo di indagine; al contrario si è compreso come fosse indispensabile arricchire la formazione medica di quelle discipline umanistiche come la psicologia, la sociologia, l’antropologia, la filosofia, l’etica ecc. Ciò per garantire, sia da un punto di vista terapeutico che burocratico-amministrativo, un miglior rapporto tra medico e paziente, tra sanitari e malati (cosa sempre più urgente in una sanità dal volto impersonale). Ma anche nella convinzione che il compito ermeneutico del medico non sia solo quello di classificare la malattia che affligge un determinato paziente, ma comprendere anche che tipo di paziente, che biografia, che umanità ammalata è quella che ci si trova di fronte.

Inoltre, il fatto che la medicina abbia sempre più a che fare con la gestione del «cronico» e del «finis vitae», cioè di situazioni «limite», costringe in qualche modo il medico a non essere solo un tecnico, bensì a recuperare quella sensibilità filosofica, che attiene agli stati ultimi o estremi dell’esistenza. Solo, infatti, diventando un po’ filosofo il medico riesce a svolgere in modo umano un mestiere così difficile, un mestiere a cui addirittura è richiesto di allontanare la morte e restituire l’integrità, la salute. Solo diventando filosofo il medico può essere medico e dunque divino, può cioè avere la forza e l’autorevolezza per svolgere un compito che di per sé lo pone continuamente a contatto con il mistero della morte, della vita e della sofferenza.

Finalmente anche in Italia, nel dipartimento di Oncologia della Statale di Milano, è stata attivata una cattedra di «Umanità», a conferma di una sensibilità e di una consapevolezza che si sta diffondendo, anche se lentamente, nelle nostre università e nei nostri presidi sanitari. Consapevolezza di come un recupero delle radici «filosofiche» e delle motivazioni originarie che spingono il medico al proprio lavoro, possano aiutare il tecnico a una medicina dell’ascolto, incentrata sulla «persona», capace di aiutare l’uomo che subisce un intervento e non solo il suo corpo. Che questo approccio possa avere anche dei risvolti economici, favorendo una minore conflittualità e dunque una soluzione pacifica delle controversie mediche ora risolte prevalentemente per via legale o giudiziaria, depone a suo favore. Anzi ci fa ben sperare che, anche per questi motivi, il medico torni a essere un esperto di «umanità», e dunque un po’ filosofo.

ORESTE TOLONE

 

Si veda, sul tema, più ampiamente: O. Tolone, Weizsäcker: una medicina antropologicamente orientata, in: «Teoria», XXXI/2011/1 (Terza serie VI/1) [numero monografico dedicato al tema: Critica della ragione medica; a cura e con Premessa di A. Fabris e F.P. Ciglia], pp. 121-131. Sullo stesso tema si vedano anche tutti gli altri contributi, di specialisti italiani e stranieri, contenuti nello stesso numero della Rivista appena citata (clicca qui per visualizzare la scheda del numero monografico “Critica della ragione medica” sul sito di ETS)

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