Il seguente contributo propone, in forma sintetica, parte del seminario tenuto dal Prof. Roberto Garaventa sul tema La libertà in Kierkegaard, Heidegger, Schopenhauer e Nietzsche per un gruppo di studenti di “quinta” del «Liceo Scientifico G. Galilei» di Pescara, il 20.5.2015 nell'ambito delle attività di orientamento.


Kierkegaard

Kierkegaard intende la filosofia non come conoscenza oggettiva, come “teoria” (theoreĩn: osservare), come “speculazione” (= rispecchiamento: da speculum, specchio) alla Hegel, ma come riflessione esistenziale, come edificazione, come meditazione su “come vivere”, su come “edificare, costruire” la propria vita. Essa deve infatti aiutare il singolo individuo a scegliere se stesso, ovvero a costruire saggiamente la propria vita. Il vero filosofo non è un pensatore oggettivo, disinteressato (come il medico specialista, che tratta il paziente come un mero caso clinico), bensì è un pensatore soggettivo, interessato (come il buon medico di famiglia, che si occupa o, meglio, si «preoccupa» di chi ha di fronte, del bene del paziente in quanto persona).

La preoccupazione (in danese Bekymring, in latino cura, in tedesco Sorge) è per Kierkegaard una caratteristica fondamentale dell’uomo. Il tema della cura, nel senso della responsabilità verso se stessi e gli altri, verrà ripreso dal primo Heidegger, da Jaspers e da Sartre, cioè dai principali rappresentanti della filosofia dell’esistenza  corrente filosofica sviluppatasi nel primo dopoguerra e caratterizzata dalla riscoperta di Kierkegaard (anche se di un Kierkegaard privato della dimensione cristiana).

Al pensatore oggettivo, e quindi disinteressato alla vicenda del singolo individuo, di stampo hegeliano, Kierkegaard contrappone, infatti, il pensatore soggettivo, cioè soggettivamente interessato all’esistenza del singolo individuo. Kierkegaard paragona i suoi scritti ai “fiorellini” che crescono nel bosco, nell’attesa che un “uccellino” (il suo lettore) si accorga di loro, li prenda nel becco e se li porti via (perché vi ritrova qualcosa d’importante per lui).

La verità che il filosofo è chiamato a comunicare, infatti, non è un dato oggettivo, una verità nuda e cruda, indifferente al fatto che la si accetti o meno (come per la filosofia speculativa hegeliana o per i risultati delle scienze naturali), ma è una verità esistenziale, soggettiva, una verità “per me”, una verità che deve essere capace di informare e improntare l’esistenza del singolo, una verità per cui questi sia disposto a vivere o morire. Bisogna quindi distinguere fra una “comunicazione di sapere”, che, come trasmissione fredda e oggettiva di dati, è mera “informazione”, e una “comunicazione di potere”, che, mostrando ciò che il singolo “può” essere, “può” fare della sua vita, è “edificazione”, in quanto vuole indurre il singolo a “decidersi” per una verità soggettiva, a scegliere (a edificare, costruire) una forma di esistenza che valga esclusivamente per lui e che sia in grado di renderlo veramente felice.

Di qui la polemica di Kierkegaard contro l’opinione pubblica, che esercita il suo dominio tramite i giornali (disprezzati da Kierkegaard come fonti di stupide chiacchiere e fautori di un pensiero unico), Kierkegaard ritiene che il singolo debba assumersi nuovamente in prima persona la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie scelte, invece di nascondersi dietro l’anonimità della massa (in cui non si sa mai di preciso chi stia veramente all’origine di ciò che si pensa, si dice o si fa in generale)  ovvero dietro quello che la maggioranza dice, pensa e fa , rinunciando a scegliersi, a essere se stesso. Per questo, secondo Kierkegaard, il singolo deve stare al centro del filosofare; per questo la filosofia non deve spiegare la realtà, ma interpellare l’esistenza del singolo.

Il singolo individuo, in quanto è libero, è chiamato a «scegliere se stesso», ovvero a “scegliere” fra modi di vita (o, come dice Kierkegaard, “stadi sul cammino della vita”) differenti. Questi tipi di vita (o forme di esistenza) tra cui l’individuo è chiamato a scegliere, sono sostanzialmente tre (sebbene poi ognuno di essi presenti ulteriori articolazioni al suo interno): la vita estetica, la vita etica, la vita religiosa.

In Aut-Aut (1843)  titolo che sta a indicare un’alternativa, una scelta (ad es.: scegli! o questo o quello)  Kierkegaard tratta della scelta dell’individuo tra la vita estetica e la vita etica. Nell’introduzione del libro Kierkegaard immagina che un certo Victor Eremita, dopo aver acquistato un secrétaire (uno scrittoio) in un negozio di antiquariato, trovi nascoste in un cassetto delle carte, da lui poi distinte in carte di “A” (gli scritti di carattere estetico) e carte di “B” (gli scritti di carattere etico), e decida di pubblicarle. Le carte di “A” contengono vari testi (tra cui Diapsalmata: una serie di aforismi; Gli stadi erotici immediati o il musicale–erotico: un saggio sulla figura di Don Giovanni e l’omonima opera di Wolfgang Amadeus Mozart; Silhouettes: un saggio sul destino di tre donne sedotte e abbandonate; La rotazione delle culture: un saggio sul tema della noia; Il diario del seduttore: il diario redatto da un libertino di nome Johannes) che rappresentano varie forme di vita estetica. Incarnazione per eccellenza della vita estetica è infatti il seduttore, che cerca il godimento nell’attimo. Vi sono però, secondo Kierkegaard, due tipi di seduttore:

a) negli Stadi erotici immediati Don Giovanni (personaggio principale dell’omonima opera di Mozart) incarna il seduttore estensivo e irriflesso: estensivo, perché mira a conquistare più donne possibili; e irriflesso, poiché seduce con la potenza del desiderio e dello sguardo, senza perdersi in troppe parole.

Cfr. l’aria del Don Giovanni di Mozart “Madamina, il catalogo è questo”: «Madamina, il catalogo è questo/ Delle belle che amò il padron mio;/ un catalogo egli è che ho fatt’io;/ Osservate, leggete con me./ In Italia seicento e quaranta;/ In Almagna duecento e trentuna;/ Cento in Francia, in Turchia novantuna;/ Ma in Ispagna son già mille e tre./ V’han fra queste contadine,/ Cameriere, cittadine,/ V’han contesse, baronesse,/ Marchesine, principesse./ E v’han donne d’ogni grado,/ D’ogni forma, d’ogni età./ Nella bionda egli ha l’usanza/ Di lodar la gentilezza,/ Nella bruna la costanza,/ Nella bianca la dolcezza./ Vuol d’inverno la grassotta,/ Vuol d’estate la magrotta;/ E la grande maestosa,/ La piccina e ognor vezzosa./ Delle vecchie fa conquista/ Pel piacer di porle in lista;/ Sua passion predominante/ È la giovin principiante./ Non si picca – se sia ricca,/ Se sia brutta, se sia bella;/ Purché porti la gonnella,/ Voi sapete quel che fa».

Solo la musica può rappresentare adeguatamente la figura di Don Giovanni, perché solo la musica può rappresentare adeguatamente la potenza del desiderio.

b) nel Diario del seduttore Johannes (il presunto autore dello scritto) incarna invece il seduttore intensivo e riflesso: intensivo, perché non va alla caccia del maggior numero di donne possibili, ma mira a conquistare quelle donne che mai nessuno è riuscito a conquistare (anche se, una volta riuscito nel suo intento, perde l’interesse per la donna conquistata, dato che ciò che lo attira è la conquista in sé); e riflesso, poiché riflette attentamente su quali siano gli stratagemmi migliori da usare per irretire la sua preda. E dato che, per far ciò, si avvale soprattutto della potenza della parola (orale e scritta), Johannes è anzitutto un poeta che padroneggia mirabilmente la sua arte.

Cfr. la figura del Visconte di Valmont ne Les liaisons dangereuses (1782) di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos.

La caratteristica della vita estetica è la ricerca del godimento, cioè del piacere momentaneo. Dal momento però che il godimento è questione di un attimo fuggevole e irripetibile, la vita estetica è fatta di tanti momenti tra di loro separati e manca quindi di continuità. Nella vita estetica, inoltre, il seduttore sceglie di non scegliere, ovvero sceglie di non impegnarsi con alcuna donna in particolare, perché solo così può lasciarsi aperte tutte le altre possibilità di conquista. Rifiutandosi di scegliere una donna determinata, il seduttore rifiuta però altresì di calarsi dentro la realtà, finendo per aleggiare su di essa come un fantasma. Questa impostazione di vita si ripresenta anche in ambito lavorativo. Infatti l’uomo estetico è anche colui che rifiuta di scegliere un lavoro preciso, in quanto non riesce a impegnarsi in niente. Insomma: per Kierkegaard l’uomo estetico, che non sceglie né una donna né un lavoro preciso, manca di serietà, non conosce l’impegno, non ha la capacità e la volontà di fare una scelta precisa e responsabile.

Chi fa invece una scelta seria e responsabile è il magistrato Guglielmo, l’autore delle carte di “B”, che contengono (tra l’altro) i saggi: Validità estetica del matrimonio e L’equilibrio tra l’estetico e l’etico nella formazione della personalità. Egli è l’incarnazione della vita etica, caratterizzata da serietà e impegno: ha sposato la donna che amava, ha scelto un lavoro stabile, è un buon padre di famiglia. Egli è un individuo che non rifiuta di calarsi coraggiosamente nella realtà, prendendo delle decisioni concrete. La “scelta” (l’impegno) è infatti ciò che dà continuità alla sua esistenza, raccordando tra loro i momenti di piacere e di godimento estetico (che conservano la loro legittimità nella vita matrimoniale).

Qui il termine “etica” include sia la dimensione interiore della morale kantiana (un azione è moralmente buona, quando è buona l’intenzione con cui la si compie), sia la dimensione sociale dell’eticità hegeliana (= insieme di norme, tradizioni, abitudini, vigenti di una determinata società). Per Kierkegaard l’uomo etico fa una scelta interiore seria e responsabile, ma si adegua al contempo alle norme e alle regole vigenti nella società (matrimonio e lavoro).

Kierkegaard non tematizza però soltanto l’alternativa tra vita estetica e vita etica, bensì, a partire da Timore e tremore del 1843, descrive anche una terza forma di esistenza: la vita religiosa. Emblemi classici della vita religiosa sono due personaggi biblici che, in nome della fede in Dio, sono entrati in conflitto con il mondo: Abramo e Gesù.

La storia di Abramo (cfr. il libro della Genesi, cap. 21) è nota. Abramo (il primo grande patriarca della storia ebraica) riesce solo da vecchio, per grazia di Dio, ad avere un figlio (legittimo) dall’anziana moglie Sara: e cioè Isacco. Il ragazzo cresce, ma, ad un certo punto, Dio decide di mettere alla prova Abramo e gli chiede di sacrificare il suo unico figlio. Seppur a malincuore, Abramo obbedisce al comando divino, perché ha fede in Dio, e sale sulla montagna per compiere il sacrificio richiestogli. Alla fine, tuttavia, un angelo ferma la mano di Abramo, nel momento in cui sta per sgozzare il figlio, in quanto ha dato prova di fede e ha superato la prova. Per questo motivo Abramo è considerato (da tutte e tre le fedi monoteistiche: ebraismo, cristianesimo e islamismo) come il padre della fede (intesa come fiducia totale e assoluta in Dio).

Per Kierkegaard Abramo è un classico emblema della vita religiosa, perché, in nome della fede in Dio, ha attuato una sospensione teleologica dell’etica, cioè ha sospeso l’etica in nome di un fine (télos) più alto. L’etica (oltre che l’affetto paterno) avrebbe dovuto infatti suggerirgli di disobbedire a Dio, non solo perché avere un figlio è molto importante per la cultura ebraica (in quanto segno della “benedizione di Dio”), ma soprattutto perché è moralmente ingiusto uccidere un innocente. In nome di una verità più alta, Abramo ha però avuto il coraggio di andare contro le regole della sua comunità, cioè di opporsi all’etica dominante. Infatti l’uomo religioso, pur di obbedire a Dio, deve essere disposto a confliggere anche col mondo. Lo stesso si può dire di Gesù Cristo, che è stato condannato alla morte di croce per essersi opposto ai valori etici dominanti nell’ebraismo del suo tempo.

Ora, per Kierkegaard, vivere cristianamente significa vivere nella sequela di Cristo e, quindi, entrare in conflitto con il mondo, rompere con le regole della comunità (sospensione teleologica dell’etica). Questo è il nucleo della vita religiosa. Tuttavia, proprio perché si oppone, rispondendo all’appello di Dio, ad ogni tipo di conciliazione col mondo, l’uomo religioso è destinato a vivere una vita segnata dalla solitudine (essere abbandonato da tutti) e dalla sofferenza (dover portare la croce).

Come si legge ne Il concetto dell’angoscia (1844) – un testo che contiene una riflessione psicologico-teologica sul fenomeno dell’angoscia, la libertà dell’uomo e il concetto di peccato (nelle sue tre forme: originario, ereditario e attuale) -, ogniqualvolta l’individuo deve compiere una scelta tra diverse possibilità, viene preso dall’angoscia. Questo stato d’animo, che accompagna sempre ogni scelta, è quindi il sintomo della libertà dell’uomo. L’uomo prova angoscia perché è libero. Kierkegaard distingue, però, tra angoscia e paura (o timore):

  • la paura (danese: Frygt; tedesco Furcht) è quel sentimento che proviamo di fronte a un pericolo concreto e determinato (un terremoto, un assassino). Stato affettivo fondamentale, che permette a tutte le specie viventi di sopravvivere, esso è comune agli uomini e agli animali e suscita fondamentalmente due reazioni: la fuga o il contrattacco;
  • l’angoscia (danese e tedesco: Angst) è quel sentimento che proviamo di fronte a un pericolo indeterminato e indefinito. Ad esempio, nel momento di scegliere tra più possibilità, non sappiamo ancora se la nostra scelta avrà successo o se sarà un fallimento e, per questo, veniamo presi dall’angoscia. Abbiamo paura di qualcosa che non c’è ancora (“angoscia del niente”), ma che ci sarà appena avremo compiuto la scelta. L’angoscia è quindi un sentimento che provano solo gli uomini, che sono liberi e hanno la capacità di ricordare il passato e progettare il futuro, mentre gli animali provano soltanto paura, perché sono mossi dagli istinti e quindi non hanno il problema di scegliere, ma solo di reagire ai pericoli. Insomma: l’angoscia accompagna sempre il momento della scelta, della decisione.

 

ROBERTO GARAVENTA

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