Il seguente contributo propone, in forma sintetica, parte del seminario tenuto dal Prof. Roberto Garaventa sul tema La libertà in Kierkegaard, Heidegger, Schopenhauer e Nietzsche per un gruppo di studenti di “quinta” del «Liceo Scientifico G. Galilei» di Pescara, il 20.5.2015 nell'ambito delle attività di orientamento.

HeideggerSecondo quanto Heidegger afferma in Essere e tempo (1927), l’Esserci (cioè il singolo individuo) non è una realtà predeterminata o precostituita, ma è una realtà che si fa in base alle sue scelte e alle sue decisioni. A differenza delle cose (degli enti) che sono delle “semplici-presenze”, che sono cioè soltanto ciò che sono e non possono essere diversamente, l’uomo è una realtà non-definita, non-determinata, che «ha da essere», in quanto ha da scegliere tra infinite possibilità. Nelle cose, quindi, l’essenza precede l’esistenza, mentre nell’uomo l’esistenza precede l’essenza.

Già sempre e per lo più, però, il singolo «Esserci» si comprende in base a ciò che pensano gli altri individui, ovvero vive in maniera “inautentica” conformemente a scelte e decisioni che “non” gli sono “proprie”. “Autentica” (termine che traduce il tedesco eigentlich, che significa “proprio”), è infatti quell’esistenza in cui viviamo in base alle nostre “proprie” scelte e alle nostre “proprie” decisioni. “Inautentica” (termine che traduce il tedesco “uneigentlich”, che significa “non-proprio”) è invece l’esistenza in cui viviamo non in base alle nostre “proprie” scelte e decisioni, ma in base a scelte e decisioni altrui. L’esistenza inautentica è l’esistenza anonima, quella di tutti e di nessuno, è l’esistenza sotto il dominio del “si” (das Man), cioè di quel che “si” dice, “si” pensa e “si” fa, è l’esistenza in cui a dettare legge è l’opinione pubblica, il parere della maggioranza. In essa tutto è livellato, convenzionale, insignificante. In essa l’uomo è tutti e nessuno, perché è ciò che sono tutti (che è un modo di essere impersonale e anonimo, dove nessuno è responsabile di quel dice, pensa e fa, perché non fa altro che dire, pensare e fare quel che tutti pensano, dicono e fanno). Questa condizione di inautenticità Heidegger la definisce anche deiezione (Verfallenheit), in quanto in essa l’uomo è “deietto”, decaduto, consegnato agli altri, ridotto a cosa fra le cose, senza alcuna personalità e originalità.

«Il Chi non è sé stesso, gli altri lo hanno svuotato del suo essere». «Il Chi non è questo o quello, non è sé stesso, non è qualcuno». «In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il Si esercita la sua tipica dittatura. Ce la spassiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si giudica. Ci teniamo però anche lontani dalla “gran massa” come ci si tiene lontani. Troviamo “scandaloso” ciò che si trova scandaloso. Il Si, che non è un Esserci determinato ma tutti (non però come somma), decreta il modo di essere della quotidianità». «Ognuno è l’altro e nessuno è lui stesso».

Ora, l’esistenza inautentica è per Heidegger il regno della chiacchiera, della curiosità e dell’equivoco. In essa, infatti, a dominare è anzitutto la chiacchiera (Gerede) inconsistente. Non a caso, perché qualcosa venga accettato come ovvio, basta che venga detto, ripetuto, diffuso: le cose stanno cioè in un certo modo solo perché così “si dice”. Dato che però un’esistenza dominata dall’inconsistenza della chiacchiera è fondamentalmente vuota, essa non può che cercare continuamente di riempirsi. Per questo l’esistenza deietta appare dominata al contempo dalla curiosità (Neugier) che è «ovunque e in nessun luogo». Incapace di soffermarsi a riflettere seriamente su qualcosa, in preda a un’irrequietezza diffusa, essa è morbosamente protesa verso la novità e il cambiamento, ovvero è alla continua ricerca di distrazioni. Tutto questo, però, porta con sé l’equivoco (Zweideutigkeit): infatti l’esistenza deietta, dominata dalla chiacchiera e dalla curiosità, non sa neppure bene di che cosa “si” parli: «tutto sembra genuinamente compreso, afferrato ed espresso, ma in realtà non è così».

Parlando di “inautenticità” a proposito di questo tipo di esistenza, Heidegger non vuole però esprimere un giudizio di valore: la sua analisi esistenziale si limita infatti a riconoscere che l’inautenticità (la deiezione) è una possibilità dell’esistenza (e quindi non è una sorta di peccato originale o, magari, di carenza culturale eliminabile col procedere della storia). Tuttavia è indubbio che, per Heidegger, l’esistenza autentica rappresenta una chiara alternativa all’esistenza inautentica e che la sua predilezione va decisamente alla prima.

Per passare dall’esistenza inautentica (anonima, deietta, quotidiana) a quella autentica, decisivo è il rapporto con la possibilità estrema dell’esistenza: la morte.

L’essere-per-la-morte (SeinzumTode) – che non significa “essere a favore della morte”, ma “essere rivolti verso la morte”, “essere in direzione della morte” (zu è preposizione di “moto a luogo”) – è infatti una struttura fondamentale dell’esistenza. Nell’aprirsi alle sue possibilità, l’uomo non può infatti non aprirsi anche alla sua “fine” quale sua possibilità estrema. In questo senso, egli è già sempre rivolto verso la morte, è già sempre in rapporto alla sua fine quale sua possibilità estrema.

“L’essere-per-la-morte” è però essenzialmente angoscia. Ne consegue che l’uomo “innanzitutto e per lo più” si rapporta a questa sua possibilità estrema considerandola come una possibilità che non solo concerne sostanzialmente gli altri (e non lui in prima persona), ma che è comunque destinata a sopraggiungere solo in un futuro non meglio precisato – come suggerisce illusoriamente l’opinione pubblica quando afferma in maniera generica che nella vita “si muore”, senza specificare “chi” e “quando”. Nell’esistenza quotidiana, media, inautentica, deietta, l’individuo tende cioè a chiudere gli occhi di fronte alla sua “fine”, a questa sua possibilità estrema, a rimuoverla, a nasconderla. Tuttavia, anche laddove rimuove il pensiero della sua fine, l’uomo è in rapporto con la sua morte, è rivolto verso questa sua possibilità estrema. La morte infatti è un “modo di essere” che l’uomo fa proprio appena comincia a vivere: «L’uomo, appena nato, è già abbastanza vecchio per morire».

L’Esserci può passare dalla vita «inautentica» alla vita «autentica» solo anticipando o precorrendo la propria morte. Heidegger, quando parla di “anticipare la morte”, non intende però “suicidarsi”. Anticipare o precorrere la possibilità estrema dell’esistenza significa piuttosto considerare la morte non più come una possibilità che concerne fondamentalmente gli altri e che avverrà in un futuro non meglio precisato, ma considerarla per quello che veramente è: la possibilità più propria, più mia (perché, al momento della morte, nessuno può prendere il mio posto), più irrelata (perché, al momento della morte, si rompono tutte le relazioni e io resto irrimediabilmente solo), insuperabile (perché è l’ultima possibilità), più certa (perché alla morte non si può sfuggire: mors certa) e più indeterminata (perché non si sa come e quando avverrà: hora incerta).

Solo laddove anticipa (precorre) la possibilità della morte come quell’evento che riguarda lui in prima persona (e non gli altri) e che può avvenire già sempre (anche adesso), staccandosi dal modo quotidiano e deietto di rapportarsi alla propria “fine” e facendosi carico della propria finitudine senza tentare di rimuoverne l’evidenza, l’uomo può trovare la forza decisionale di progettarsi liberamente (pur essendo destinato a morire), cambiando modo di essere e di vedere le cose, e quindi di vivere non più come vogliono gli altri, ma nel modo deciso e scelto da lui stesso. L’anticipazione della morte infatti isola e singolarizza l’individuo rispetto alla massa anonima. In questo modo, però, essa induce l’uomo a liberarsi per le sue vere possibilità, affrancandosi da quelle non scelte da lui, e così passare dalla deiezione all’autenticità.

ROBERTO GARAVENTA

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