Un articolo di Manfred Frank sul conflitto fra filosofia analitica e filosofia continentale

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«Un fantasma si aggira per gli istituti di filosofia tedeschi: il fantasma di una vittoria su scala mondiale della filosofia analitica e di un esodo massiccio dalla Germania della sconfitta filosofia continentale». Inizia così un articolo uscito sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” del settembre scorso e dedicato dal filosofo di Tubinga Manfred Frank al conflitto (sempre più virulento anche in Italia) tra «filosofia analitica» e «filosofia continentale».

Secondo Frank ormai la filosofia continentale è di casa in altre parti del mondo: in Estremo oriente, in Australia, in Brasile o proprio negli Stati Uniti, da cui è venuto l’attacco decisivo contro la tradizione filosofica dell’Europa continentale. Oggigiorno in Germania è sempre più raro trovare dei corsi universitari dedicati a quello che è da sempre il marchio della filosofia di lingua tedesca: l’idealismo speculativo, mentre è decisamente più facile trovarne a Sidney, a Notre Dame, a Georgetown o a Chicago.

A questo proposito Frank ricorda come sia un’antica tradizione delle università statunitensi accogliere filosofi tedeschi perseguitati o non particolarmente ben accetti in patria. Tuttavia il genere dei filosofi in uscita è nel frattempo cambiato. Ai tempi del tre «Reich» tedeschi, a fuggire dalla Germania furono soprattutto i rappresentanti (spesso di tendenza socialista) di quel genere di filosofia «razionale» orientata all’analisi del linguaggio e alla logica, che sarebbe stata poi chiamata «filosofia analitica». Senza il contributo di molti filosofi di lingua tedesca (Frege, Carnap, Wittgenstein) la filosofia analitica, poi diventata una faccenda eminentemente anglosassone, non sarebbe diventata quello che è oggi. Adesso però sarà forse costretta ad emigrare anche quella filosofia classica tedesca denigrata spesso dagli analitici come produttrice di «non-senso». Il che rappresenterebbe, secondo Frank, «un singolare capovolgimento della situazione originaria»!

Sempre secondo Frank, negli anni trenta del secolo scorso, in seguito all’esodo della filosofia analitica del linguaggio nel mondo anglosassone, la filosofia tedesca si era ridotta al suo residuo «continentale»: una filosofia produttrice di visioni del mondo, ma sottomessa al nazionalsocialismo o comunque incapace di opporsi pubblicamente ad esso. E questa filosofia ha continuato a improntare il panorama tedesco anche dopo la fine del regime nazista. Ad eccezione di alcuni filosofi rientrati in patria come Horkheimer e Adorno, per circa due decenni non vi è stato in Germania quasi nessun professore di filosofia che non fosse stato scolaro di qualche pensatore implicato col regime.

Solo verso la fine degli anni ‘60, sull’onda della rivolta studentesca che fece piazza pulita della tradizione tedesca, la «filosofia analitica» ritornò in Germania. Il merito fu soprattutto di Paul Lorenzen (capo della scuola di Erlangen), di Ernst Tugendhat e di Karl-Otto Apel. Ma anche il maggior esperto di idealismo tedesco, Dieter Henrich, cercò il dialogo con la filosofia anglosassone, riposizionando così favorevolmente la filosofia continentale. Non a caso, secondo Frank, da questa cooperazione tra analitici e continentali sono scaturite importanti contributi di quella filosofia dello spirito che negli Stati Uniti è nota come «philosophy of mind». Si è cioè avviato una sorta di interscambio, che perdura in parte fino ad oggi.

Tuttavia questa collaborazione oggigiorno si sta incrinando sempre più di fronte al predominio di una nuova «scolastica», che non cerca tanto il dialogo con la tradizione, bensì mira alla sua dissoluzione. In effetti, secondo Frank, in tempi recente ha preso sempre più piede negli istituti di filosofia tedeschi una sorta di neo wolffianesimo, unito nell’uso dei termini, delle definizioni e dei procedimenti, ma pronto a litigare sulle più cavillose minuzie. Ora, dopo Bologna e la uniformizzazione e scolasticizzazione dei corsi di studio, questo trend «neoscolastico» non ha praticamente quasi più alternative. Le ricerche di vasto respiro sui grandi temi della filosofia hanno lasciato il posto, nel dibattito filosofico, a un’analisi minuziosa di argomenti di dettaglio totalmente fine a se stessa, che rischia di giocarsi l’interesse degli scienziati, che potrebbero avere ancora interesse a un dialogo coi filosofi, isola la filosofia e spaventa il grosso degli studenti spingendoli ad andare a studiare all’estero. Spesso i neurobiologi vorrebbero poter dialogare in maniera interdisciplinare coi filosofi, ma la filosofia, che ha rinunciato alla propria specificità, si sottrae al dialogo oppure lo trasforma in un monologo speculativo del neuroscienziato con se stesso.

Inoltre nel mondo anglosassone, dove è di casa e dominante, la filosofia analitica ha conservato la sua rilevanza, mentre l’epigono tedesco vive delle briciole che cadono dalla tavola dei suoi ricchi vicini. Egli annota con riconoscenza i complimenti che gli vengono dai grandi, ma, in Gran Bretagna, Australia e Stati Uniti, viene ignorato come frazione autonoma o al massimo ricordato con sufficienza nelle note a piè di pagina. E questo a ragione, perché la grande tradizione classica tedesca e continentale non viene più coltivata o, meglio, raramente viene sviluppata con ricerche che siano in grado di mostrane l’attualità. La conseguenza è che sempre meno studenti anglosassoni studiano in Germania, perché in fondo possono imparare le stesse cose molto meglio a casa loro. Non c’è quindi da meravigliarsi che nel frattempo proprio l’idealismo tedesco e la fenomenologia fatta seriamente abbiano trovato rifugio nel mondo anglosassone.

A questo punto Frank si chiede ironicamente se non ci debba rallegrare che il «non-senso» filosofico sia sparito anche dalla Germania, magari dandosi da fare per istituire un premio per la microanalisi migliore. La cosa potrebbe in effetti avere un qualche fondamento se questo tipo di filosofia servisse veramente a illuminare i cervelli tanto quanto vorrebbero i suoi attuali propagandisti.

Secondo Frank, tuttavia, è un pregiudizio ridicolo pensare che tradizione e progresso debbano per forza escludersi. I corsi di studio di molti istituti di filosofia distinguono tra «filosofia sistematica» e «storia della filosofia». Con la prima espressione s’intendono le pubblicazioni più recenti. Ma ciò che viene pubblicato al presente, appartiene anch’esso alla storia e quindi è criticabile come le opere del passato. Inoltre spesso gli antichi pensatori resistono alle critiche meglio delle novità di moda.

Vero è piuttosto, secondo Frank, che anche dallo studio degli antichi possono emergere interessanti novità. Certo, questo accade più in filosofia che in fisica, ma è vero anche per la psicologia e la psichiatria. Nei classici (fonti senza-tempo del progresso) è sempre possibile trovare qualcosa di nuovo che sia in grado di sollevare una pretesa di verità e innovare così ancora una volta il concerto delle analisi odierne.

Non ha quindi molto senso voler mandare al macero Platone o limitarsi a citare solo quei passi delle sue opere che ritroviamo nelle riviste di osservanza analitica soggetti a peer-review. Anche l’idealismo tedesco e la tradizione fenomenologica non dicevano stupidate né peccavano di approssimazione né erano nemici del progresso. Ad essi si deve anzi un notevole affinamento del linguaggio filosofico tra fine Ottocento e inizio Novecento. Non bisogna inoltre dimenticare che pensatori come Cantor e Frege hanno pubblicato alcuni dei loro testi più importanti sulla “Zeitschrift für Philosophie und philosophische Forschung”, una rivista del tardo idealismo, fondata e curata dal figlio di Fichte – un Fichte che la filosofia ha oggi pressoché completamente dimenticato, al pari della concezione ermeneutica di Schleiermacher. Due autori che avevano la capacità di mandare all’aria intere teorie di moda.

Molti analitici tuttavia sono fermamente convinti che tutti gli antichi errori della tradizione filosofica siano stati emendati dalla «neoscolastica» analitica e che questa abbia tenuto conto tacitamente dei progressi da quella raggiunti. Questa però è solo una forma di hegelismo, per cui ogni pensiero duraturo è solo una pietra miliare sulla via che conduce al «sapere assoluto».

Non sarebbe invece meglio che i filosofi analitici si dedicassero di più alla storia della filosofia? E non per mostrare semplicemente (come vorrebbe una certa saccenteria) che una certa verità ha avuto già dei sostenitori qualificati, ma per evitare che riscoprano l’acqua calda o ce ne offrano magari una versione peggiore. Inoltre la storia non ci fa sempre il piacere di procedere in direzione del progresso. Anzi a volte importanti scoperte vengono rimosse da opinioni errate o da teorie di moda. All’attualismo apocalittico di coloro che guardano con sospetto un testo solo perché ha più di cinque anni, bisogna ricordare un pensiero di Schopenhauer: «Il nuovo è raramente buono, perché ciò che è buono non resta a lungo nuovo».

Roberto GARAVENTA

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