Il seguente contributo propone, in forma sintetica, parte del seminario tenuto dal Prof. Roberto Garaventa sul tema La libertà in Kierkegaard, Heidegger, Schopenhauer e Nietzsche per un gruppo di studenti di “quinta” del «Liceo Scientifico G. Galilei» di Pescara, il 20.5.2015 nell'ambito delle attività di orientamento.

 

NietzscheLa «volontà di potenza» (Wille zur Macht) costituisce per Nietzsche l’intima essenza del reale, il nucleo profondo di ogni individuo.

Egli riprende il termine “volontà” da Schopenhauer, ma con un chiaro spostamento di accenti. La vita è per Nietzsche forza espansiva, che non mira solo ad autoconservarsi (come la volontà di Schopenhauer), ma tende ad autopotenziarsi, ad autosuperarsi. Ogni essere vivente è mosso da questa volontà di potenza. E ogni essere umano, in quanto volontà di potenza, produce valori e verità funzionali al proprio autopotenziamento. Le verità, che gli individui cercano di imporre agli altri, sono solo le bugie che essi creano per portare a compimento la loro volontà di autopotenziamento. Non esiste un criterio per distinguere un’interpretazione vera (giusta) da un’interpretazione falsa (sbagliata), perché non esiste una verità assoluta o univoca. Ciò che esiste è solo la prospettiva del singolo individuo, che interpreta la realtà a partire dalla sua volontà di potenza. Secondo Nietzsche, tuttavia, le diverse interpretazioni non hanno tutte lo stesso valore (non sono tutte equivalenti). Il criterio che consente di distinguere tra le diverse interpretazioni non sta però nella loro maggiore o minore rispondenza ad una presunta oggettività (che non esiste per Nietzsche), ma nella loro maggiore o minore capacità di favorire i valori vitali (salute, forza, potenza). Solo le interpretazioni che favoriscono questi valori vitali sono meritevoli di essere difese.

Per Nietzsche il mondo non ha quindi un senso univoco, ma innumerevoli sensi: innumerevoli sono infatti le prospettive sulla realtà, ovvero i punti di vista, da cui è possibile guardare e interpretare la realtà (prospettivismo). Il processo interpretativo è in questo senso infinito. Alla base di ogni interpretazione ci sono, però, i bisogni e gli interessi di un determinato individuo (o di un determinato gruppo di individui), ovvero c’è la volontà di potenza di un determinato individuo (o di un determinato gruppo di individui).

Come sono nati, però, i valori morali? Come si sono sviluppate le idee di bene e di male? È questo il problema della “genealogia della morale”, affrontato da Nietzsche in due opere del periodo più tardo: Al di là del bene e del male (1886) e La genealogia della morale (1887).

Secondo Nietzsche non esistono valori morali eternamente e universalmente validi, validi cioè sia in senso diacronico (in tutti i tempi) sia in senso sincronico (presso tutte le culture), come affermano sia il cristianesimo (per cui i valori morali non possono mutare, perché sono eteronomi, cioè stabiliti da Dio) sia Kant (per cui i valori morali sono uguali in tutti i tempi e i luoghi e non possono subire variazioni, in quanto hanno il loro fondamento ultimo nella ragione, che è sempre la stessa in tutti gli individui). Per Nietzsche i valori morali (che indicano ciò che è bene e ciò che è male) non solo possono essere diversi a seconda del contesto storico cui fanno riferimento (ogni epoca, ogni popolo, ogni individuo ha i suoi valori), ma nascono e muoiono come tutte le altre realtà mondane.

I valori morali, quindi, non sono eterni, assoluti, universali, ma sono stati fissati e imposti, in un determinato contesto culturale o in un determinato periodo storico, dal gruppo sociale di volta in volta dominante. È cioè il gruppo sociale di volta in volta dominante in un determinato contesto o periodo storico a stabilire ciò che è bene e ciò che è male (e a imporlo agli altri). Si tratta quindi di ricostruire la “genealogia” (la genesi storica) dei valori morali dominanti, ovvero di analizzare le condizioni e le circostanze nelle quali essi sono attecchiti e poste le quali si sono andati sviluppando e modificando.

Secondo Nietzsche, nella storia della cultura occidentale si è assistito allo scontro tra due tipi opposti di morale: la morale dei signori (dei guerrieri, dei forti), che propugna (ed erige a supremi valori morali) valori vitali come il coraggio, la fierezza, la magnanimità; e la morale degli schiavi (dei servi, dei deboli), che propugna (ed erige a supremi valori morali) valori antivitali come l’umiltà, la compassione, la rinuncia. La morale dei signori o dei guerrieri (la morale della forza) è stata la morale dominante nella grecità classica e nella romanità repubblicana. La morale degli schiavi o dei deboli (la morale del risentimento) si è invece imposta nella cultura occidentale (sconfiggendo la morale dei signori o dei guerrieri) grazie all’ebraismo e al cristianesimo. Il predominio dei signori e dei forti ha, infatti, suscitato tra gli schiavi e i deboli un profondo senso di risentimento e di invidia. E alla fine i deboli e gli schiavi (grazie soprattutto ai loro portavoce: i sacerdoti) hanno finito per imporre la propria morale. Ma com’è stato possibile che la morale dei deboli abbia prevalso sulla morale dei forti? Essa ha prevalso, perché i deboli sono riusciti a imporre due idee fondamentali a tutti: da un lato, l’idea che gli uomini siano liberi di essere quello che sono e, d’altro lato, l’idea che gli uomini siano tutti uguali fra loro.

Per Nietzsche, invece, gli uomini non sono affatto tutti uguali tra loro (come affermano il cristianesimo e il socialismo), perché alcuni sono (fisicamente e spiritualmente) migliori (più forti, più sani) di altri. Inoltre, per Nietzsche, gli uomini non sono nemmeno liberi di essere quello che sono, perché (e qui Nietzsche segue Schopenhauer) sono determinati (nel loro essere e agire) dal loro carattere, dalla loro natura, dalla loro volontà. Pertanto, a chi è forte e coraggioso è assurdo chiedere di comportarsi in maniera compassionevole e rinunciataria, mentre a chi è debole e pauroso è assurdo chiedere di comportarsi in maniera coraggiosa e magnanima. Bisogna quindi rompere con la morale cristiana (con la morale dei deboli e degli schiavi) e costruire una morale nuova in cui a dominare siano ancora una volta i valori vitali.

In un passo della Genealogia della morale (I, 13), Nietzsche afferma che è impossibile chiedere a un rapace di non essere rapace e di comportarsi come un agnello. Chi è rapace, non può che comportarsi da rapace, mentre chi è agnello non può che comportarsi da agnello. Il senso della vita del rapace è quello di mangiare l’agnello, mentre il senso della vita dell’agnello è quello di essere mangiato dal rapace:

«Che gli agnelli odino i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: ma questo non è un buon motivo per rimproverare i grandi uccelli rapaci perché si portano via gli agnellini. E se gli agnelli dicono tra loro: “Questi uccelli rapaci sono malvagi; e colui che è rapace meno di tutti, anzi è addirittura l’opposto di un rapace, e cioè un agnello – non dovrebbe essere buono?”, su questo modo di erigere un ideale non c’è nulla da obiettare, salvo che i rapaci guarderanno tutto ciò con un certo scherno e si diranno probabilmente: “Noi non li odiamo affatto, questi buoni agnelli, anzi li amiamo, niente è più saporito di un tenero agnello”. – Pretendere dalla forza che essa non si manifesti come forza, che essa non sia un voler sopraffare, un voler abbattere, un voler dominare, una sete di nemici e di resistenze e di trionfi, è tanto assurdo come il pretendere dalla debolezza che essa si manifesti come forza».

Ma gli agnelli (cioè i deboli) sono riusciti a inculcare nei rapaci (nei forti) l’idea che essi abbiano scelto liberamente di essere rapaci, per cui, se sono rapaci, è perché sono malvagi per loro libera scelta.

ROBERTO GARAVENTA

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