Internet, Web, Rete, più di rado cyberspazio. Termini ampiamente usati come sinonimi nei discorsi che segnano, col loro ininterrotto brusio, la nostra quotidianità. Che affiancano, dandogli un nome, tutto un insieme di pratiche che dominano e avvolgono corpi, desideri, comunicazioni, lutti, svaghi, conflitti. In una parola, la forma globale di vita dentro la quale ci muoviamo. Dentro la quale si consolida e si dissolve, giorno per giorno, la nostra identità. Dentro la quale, soprattutto, si rinnova l’alternativa, instauratasi con l’intreccio di capacità simboliche, cognitive e linguistiche che caratterizzano la specie umana, tra un abbandono docile e silenzioso ai processi che ci attraversano e la possibilità di fronteggiarli o perlomeno di porli in rilievo in forma di domanda e persino di critica. Una possibilità che per un tratto non breve della storia umana ha derivato il suo nome da una forma di sgomento e di meraviglia per quanto ci tiene in scacco, configurando così un desiderio o una volontà di sapere, oscillante tra l’amore e il favore dell’amicizia per questo stesso sapere: la filosofia.

Nella lunga catena di domande (che cos’è l’essente, che cos’è il principio, che cos’è la libertà) in cui sembra consistere storicamente la pratica filosofica, si possono individuare tre grandi cornici. Il cosmico, il divino, l’umano (o l’antico, il medievale, il moderno) che sembrano aver scandito, in una marcia di avvicinamento al cuore antropologico di ogni domanda, le tre grandi tappe, i tre grandi centri di riferimento epocali delle quotidianità storiche che ci hanno preceduto. Dare un nome al quarto tempo, all’oggi che ci è propriamente contemporaneo, ma in cui abbiamo fatto ingresso da decenni, non è facile. Tutto un pensiero che fiorisce nel Novecento, pur affondando le sue radici negli albori della riflessione filosofica sul rapporto tra la natura e le tecniche, ha proposto in modo persuasivo di ricondurre tutto ciò che è, oggi, all’orizzonte globale della tecnologia. Internet, Web, Rete, cyberspazio sono per molti versi il nome o la declinazione (per ora) più pregnante di tale orizzonte.

Lasciando da parte il neologismo letterario cyberspazio e provando a ricollocare Internet (abbreviazione di Interconnected Network of Networks) e il Web (abbreviazione di World Wide Web) nella loro vicenda storica, potremmo enfatizzare il senso fisico e infrastrutturale del primo (la nascita, negli anni ’60, di un’interconnessione di calcolatori che rilancia la svolta di pensiero inaugurata da Turing e Von Neumann) e il senso protocollare, procedurale, in ultima analisi di intelaiatura informatica (ossia, quanto alle sue radici, logico-matematica) del secondo. In tal modo, ci si potrebbe concentrare sul termine Rete (Net), che a differenza degli altri designa al tempo stesso, in un’ellissi che mette in comunicazione i millenni, uno degli artefatti più arcaici dell’uomo e l’orizzonte tecnologico più attuale ed estremo, che riplasma non soltanto ogni artefatto, ma l’uomo stesso nel suo rapporto col mondo.

Una fenomenologia della Rete. Con questa espressione si potrebbe indicare una modalità di discorso e di pratica filosofica che si affianca (perché non potrebbe in alcun modo sostituirvisi) all’insieme di approcci e saperi appena richiamati. In quanto fenomenologia troverebbe il suo specifico in un tentativo di descrizione impregiudicata di ciò che si manifesta qui ed ora. Un tentativo che avrebbe senso a condizione di poter effettuare una sospensione dell’esistente e della sua trama di rimandi, quella che inavvertitamente ci tiene in scacco allorché semplicemente fraintendiamo la natura della Rete come insieme di opzioni, possibilità, strumenti. Una sospensione che non annulla ciò che è, ma consente di riformulare la domanda su “che cos’è la Rete” in base al suo senso processuale e manifestativo: in che modo ci si rende manifesta, la Rete, posto che con essa nominiamo ora un intero orizzonte, cioè una forma di vita e una forma di mondo? Il passaggio dell’interrogazione dal regime del “che cosa” a quello del “come” suggerisce di pensare e descrivere la Rete in base all’insieme delle sue concrete modalità d’essere. Ma per cogliere questo insieme, occorre raccoglierlo in una parola unitaria. Una parola che resti Uno senza far violenza al Molteplice nelle sue articolazioni. Che non omologhi le differenze, né si contrapponga ad esse, ma faccia della sua unità nient’altro che la tenuta complessiva (il tenersi assieme) dei molti. Che non cessi cioè di accadere, unitariamente, in forma di moltitudine.

Che cosa tiene insieme, allora, l’enorme congerie di pratiche, applicazioni, dispositivi, usi e linguaggi che scandiscono ormai il nostro modo di essere al mondo nel senso di un “essere in rete”? In che modo tutto ciò si raccoglie in se stesso? Che cosa significa, qui ed ora, connettersi, sfogliare, navigare, scaricare, archiviare, memorizzare, inviare, chiamare, parlare, conversare, e insieme amare, desiderare, cercare, trovare? In un testo di qualche anno fa (Raccogliere il mondo. Per una fenomenologia della Rete, Carocci 2011) ho tentato, tra molti limiti, di rispondere a simili domande, richiamando una certa linea di riflessione filosofico-fenomenologica sul problema del Logos. Parola dalle infinite traduzioni e interpretazioni, che un filosofo come Heidegger ha cercato di ripensare a partire da una prassi non avulsa dal pensiero (e viceversa), ricordando un dato filologico (tanto banale quanto filosoficamente trascurato) del corpus omerico e della lingua greca in genere. Legein e legesthai si connettono a un orizzonte semantico non esclusivamente legato all’esercizio della parola e all’istituzione della misura, bensì, come ancora nel latino legere, all’atto e all’esito di un raccogliere. Riunire e mettere insieme ciò che è disperso – si tratti di ramoscelli per il fuoco o di pezzi di armature nemiche –, sistemarsi e disporsi in una certa postura per ascoltare o riposare: tutto questo consente di ascoltare, nel nostro rapporto col Logos, qualcosa come un raccogliere, raccogliersi, essere raccolti. E di riformulare tutto ciò che è umano – ad esempio il percepire, il parlare, il pensare – come un accogliere e adunare gli stimoli sensoriali o le parole da dire, come un raccogliersi della mente nell’attenzione. Fino al dialogos in cui ciascun interlocutore si raccoglie nelle parole altrui, in cui viene raccolto dalle (e attraverso le) parole dell’altro.

Se, secondo un pensiero di Eraclito, raccogliersi nell’ascolto del Logos significa convenire (nel pensare e nel dire) intorno all’essere hen panta (all’essere tutte le cose nient’altro che il loro tenersi assieme, e al manifestarsi dell’essere stesso come orizzonte raccolto, al contempo, e senza inimicizia singolare plurale, universale concreto), si può intuire in che senso la Rete possa essere posta in risonanza con questo modo di pensare il Logos, fino all’azzardo di farne “il” nome contemporaneo del Logos stesso. E di provare a portare al linguaggio, riformulandolo e, almeno in parte, per la prima volta avvertendolo e pensandolo come tale, l’insieme di pratiche e dispositivi che si stagliano all’interno del suo orizzonte. Che cos’altro è la Rete, se non la forma contemporanea e somma della Raccolta? Quale migliore definizione fenomenologica (relativa cioè al modo in cui si manifesta e incide sulle nostre vite, aldilà delle sue condizioni logico-infrastrutturali) di una realtà così pervasiva e non più scorporabile dalle nostre vite, come quella di un semplice motore di ricerca, se non in termini di raccolta? E quale migliore sguardo sulla dimensione etico-politica e sociale, relativa alle nuove forme di collaborazione e di aggregazione, o alla galassia dei social media, se non quello che si chiede in che modo oggi tendiamo a raccoglierci, venendo in primo luogo raccolti e semmai raccogliendo noi stessi? Che cos’altro è l’imponente “rimediazione” (sintesi e connessione di tutti i formati mediali e mediatici, audiovisivi e non) in cui si dispiega la Rete, se non un modo di raccogliere l’immenso archivio del nostro toccare, vedere e ascoltare, ormai sempre più tecnicamente generati e assistiti? Che cos’è un dispositivo se non un raccoglitore? Che cos’è la dispositività reticolare se non l’emblema di un’ingiunzione alla raccolta mai dispiegatasi con tale potenza?

Forse, allora, è proprio sul terreno di un ripensamento e di una nuova attenzione alle pratiche di raccolta, di nuovo in un’ellissi tra arcaico e contemporaneo, che si può recuperare l’alternativa richiamata in apertura tra abbandono inconsapevole e rilievo critico. Tra ignoranza e trascuratezza per tutto ciò che riguarda la raccolta e la vendita dei nostri profili e dei nostri dati, in una tracciatura ormai avvolgente, costante, incondizionata di tutti i nostri movimenti e delle nostre stesse vite, e qualche timido tentativo – pur consapevole di non potersi eccepire da questa raccolta non più opzionale, ma coincidente con la forma di vita e di mondo che noi siamo – di esercitare, dal suo interno, una controspinta, in vista di qualcosa che pur non potendo mai essere esterno alla Rete (cioè al mondo), non si rapporta ad essa esclusivamente nel modo dell’essere catturato, predisposto, manipolato. Mobilitazioni di sciami di persone o collettività impersonali, tenute insieme non più da militanze politiche tradizionali e interessi precostituiti, ma guidate dal contrasto contro regimi illiberali (penso all’Onda Verde iraniana non meno che allo scacchiere nordafricano e mediorientale, ma anche alle società occidentali) potrebbero indicare, e forse l’hanno già fatto in questi ultimi anni, verso questa direzione, non meno delle mobilitazioni intorno alla difesa dei beni comuni o contro la violenza sulle popolazioni e i territori che discende da logiche puramente mercantili.

Ovviamente, nulla può garantire la stabilità e l’efficacia di tutto questo. Nulla può garantire che l’esercizio di sospensione e rilancio di uno sguardo fenomenologico cooperi alla genesi di un evento. La raccolta è pronta, in ogni istante, a chiamarsi semplicemente adunanza, a farsi “chiamata a raccolta”, tecnologicamente mediata da cima a fondo, nel senso ad esempio del terrorismo in rete, della costruzione di nuove identità sociali e individuali basate sull’odio e l’intolleranza. Tutte dinamiche che nulla esemplifica in modo più netto dei più recenti attentati nel cuore dell’Europa e degli esperimenti militari e statuali che insanguinano attualmente i luoghi della memoria umana più arcaica, dall’Africa alla Mesopotamia. Ma di fronte a tutto questo, c’è forse spazio per una riflessione filosofica che tenti di non cedere all’ilare efficientismo delle meraviglie ludico-idiosincratiche della “società in rete”, ma nemmeno al verdetto che condanna la Rete ad essere soltanto un Logos violento, cornice di conflitti patogeni, di mercificazione, di manipolazione e dominio, oscillante tra nuove forme di minaccia alla libertà e mormorio di parole vane: quelle che ci viene ingiunto – tutti i giorni, su ogni piattaforma e per mezzo di ogni applicazione – di pronunciare e per certi versi di confessare.

ADRIANO ARDOVINO

Vedi anche:
Adriano Ardovino / Maurizio Ferraris, Filosofia del web, MicroMega, 2 (2012), pp. 169-192 (clicca qui per visualizzare il .pdf)

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